Scarpe Golden Donna

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Trovare le parole giuste per la perdita di un amico. Ci siamo conosciuti circa quattro anni fa, abbiamo condiviso i migliori momenti della nostra carriera tra New York, Londra, Milano e Parigi dove abbiamo condiviso lavoro, gioie e momenti difficili. Il nostro era un team, ci aiutavamo a vicenda, sia a livello umano che lavorativo, Nabile era il fratellone che mi dava consigli e che a volte dovevo far ragionare, una persona estremamente sensibile e propositiva che donava la sua energia alle persone che incontrava.

+39 0331 685065. E all i charity shop sono molto diffusi, soprattutto nella cultura anglosassone. Noi italiani, si sa, abbiamo come dna di popolo un grande cuore e molteplici sono le iniziativepro beneficenza qua e l. Davvero niente male invece l dell folksinger norvegese Silje Nes, venuta in Italia quasi sotto traccia a presentare i brani del suo secondo disco, per Fat Cat giusto un anno fa), ed abilissima a stregare un pubblico che di certo non si trovava lì allo Spazio per lei. Trame notturne, sofisticate quanto eteree, jazzate e screziate elegantemente di elettronica e rumorismi vari in una miscela decisamente convincente. Una vera bomba, infine, il calorosissimo set degli statunitensi Mice Parade, capaci di riscaldare un pubblico prossimo all con le versioni rock oriented dei titoli della loro più recente fatica, It Means To Be Left Handed Se il disco mi aveva lasciato alquanto perplesso per l spregiudicato e ridondante di pop progressivo, contaminazioni elettroniche ed esotismi vari, le versioni più tirate e rumorose suonate allo spazio mi hanno strappato più di un applauso convinto.

Il grande merito di Jonathan Ames è di aver saputo adottare in maniera del tutto convincente una prospettiva mimetica capace di trascinare il lettore in una sorta di costante straniamento, come se davvero le bizzarre vicende della coppia di protagonisti si svolgessero ai tempi di Fitzgerald, di Douglas Fairbanks e di Errol Flynn (continuamente chiamati in causa) piuttosto che in un presente che è anche il nostro. Al di là di pochi sottili indizi qua e là disseminati a spezzare l’incantesimo (su tutti il computer portatile usato al posto della macchina da scrivere, più per fare solitari che per partorire arte in realtà), la bolla di questo minuzioso ed intrigante anacronismo sembra poter reggere fino all’ultima pagina, specie in virtù di un’aderenza formale ossequiosa quanto ineccepibile agli espliciti modelli wodehousiani. Proprio come il salone della Rose Colony, quasi un diorama da museo ma senza cordoni rossi da scavalcare, il libro di Ames regala l’illusione di una letteratura d’altri tempi, sempre garbata nella critica ed accuratamente parodistica nella vivida caratterizzazione dei personaggi: un giovin signore i cui ragionamenti (su alcolismo, omosessualità e religione i più spassosi) e sentimenti ricalcano quelli ingenui di un adolescente nemmeno troppo sveglio, un servitore senza macchia che incarna quasi una forma zen di autocoscienza per lo sbalestrato protagonista, una sontuosa femme fatale vecchio stampo ed una ridotta ma preziosa galleria di irresistibili macchiette di contorno.

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